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05 settembre 2007

La crisi peggiora

di Maurizio Blondet
05/09/2007

Le banche continuano a diffidare delle banche.
Il prestito interbancario non funziona più come dovrebbe.
Di solito a fine giornata, quando una banca si trova in passivo (le entrate sono state inferiori ai prelievi) chiede un prestito alle altre per chiudere i conti in pari.
Prima della crisi dei subprime, questi scambi avvenivano senza intoppi.
Poi la crisi: e la Federal Reserve ha aperto lo «sportello d’emergenza» per dare soldi alle banche inguaiate, che non riuscivano ad ottenere prestiti dalle altre.
Ed ha anche abbassato il tasso, prima punitivo verso le banche che ricorrevano allo sportello d’emergenza del prestatore d’ultima istanza anzichè a quello interbancario.
Iniezioni di liquidità su iniezioni di liquidità.
E tuttavia, le cose non si assestano.
A Londra, per prestare denaro alle banche che a fine giornata sono in rosso, le altre chiedono un interesse eccezionale: il 6,74 per cento.
Questo tasso - il Libor, «London interbank offered rate» - è ormai notevolmente più caro del tasso «benchmark» richiesto dalla Banca d’Inghilterra, che è al 5,75 per cento (1).
Ciò dipinge il panico: le banche sono disperatamente pronte a pagare di più per un prestito a breve (tre mesi) che a 6 o 12.
O anche: le banche non si fidano a dare soldi a banche di cui non sanno quante obbligazioni subprime hanno nella pancia.
O di cui sanno benissimo la situazione: ci sono in giro da 150 a 400 miliardi di dollari di debito inesigibile.
O ancora: i prestatori fanno disperatamente cassa per appianare i loro bilanci.


Il clima (e il tasso) non ha precedenti dal 1998, quando crollò il Long Term Capital Management, il fondo d’investimento iperspeculativo creato da due premi Nobel per l’economia. Vero è che la Banca Centrale inglese non ha seguito la Federal Reserve nelle colossali «iniezioni di liquidità», ossia nel facilitare enormemente il prestito creando denaro dal nulla per salvare gli speculatori.
Ma ora, in Gran Bretagna si dice che se la cosa continua, i tassi dei mutui (variabili) dovranno salire presto, perchè le banche trasferiranno ai loro debitori il più alto costo del denaro.
La causa è la «mancanza di trasparenza»: le banche e i fondi rovinati e pieni di debito inesigibile non rivelano la misura del loro buco, anzi si dichiarano floride e pulite, e ciò aumenta la diffidenza di tutti verso tutti.
«Il mercato del prestito interbancario è quasi completamente bloccato», si legge in una nota di UniCredit ai clienti: «Le istituzioni finanziarie eccedono in raccolta precauzionale di liquidità perchè nessuno sa quali perdite possono comparire».
In USA, il mercato delle «commercial papers», che volava a 2.200 miliardi di dollari prima della crisi, è praticamente chiuso.
E ciò nonostante la decisione della Federal Reserve di accettare, per i suoi prestiti d’emergenza allo sportello speciale, anche i «commercial papers» costituiti da pacchetti di mutui sub-prime, che oggi non valgono la carta su cui sono stampati.
Nel 1929 furono i depositanti ad affollarsi agli sportelli per ritirare i depositi, convinti che le banche fossero insolventi.
Ora la «corsa agli sportelli» è fatta dalle banche stesse contro altre banche, perchè tutte conoscono la misura dell’esposizione che tutte cercano di mascherare.
Nè le iniezioni di ottimismo artificiale somministrate con borborigmi rassicuranti dalle Banche Centrali e dagli Stati (Bush ha assicurato che l’economia USA è forte e sana) hanno alcun effetto.
Anche perchè s’accumulano dati agghiaccianti.


In Giappone, per esempio, i salari calano da otto mesi senza interruzione (il calo complessivo è di quasi il 2 per cento), e gli investimenti sono caduti di quasi il 5 per cento e il calo s’accelera: indipendentemente dalla crisi finanziaria americana il Giappone non riesce ad uscire dalla deflazione decennale che lo attanaglia.
E ciò fa svanire le deboli speranze che l’Asia potesse sostituire gli USA come «locomotiva» globale (2).
Il Giappone conta molto più della mitica Cina sulla scena economica planetaria.
E’ la seconda economia mondiale e il primo creditore planetario, con titoli esteri (americani per lo più) per 3 mila miliardi di dollari.
Il ministero nipponico delle Finanze ha tentato dal giugno 2006 di mettere fine alla sua semi-decennale politica di interessi-zero, che aveva adottato nella speranza (vana) di disinnescare la deflazione.
Di colpo la crescita economica, anoressica, è stata bloccata.
La stretta fiscale operata per ridurre il deficit accumulato con la politica di interessi-zero s’è dimostrata la cura che ammazza il cavallo.
Il repentino rincaro dello yen in seguito alla crisi USA e al crollo del dollaro ha dato il colpo finale, rendendo più costose le esportazioni.
Le azioni di Toyota, Honda, Toshiba e le altre grandi imprese (i sette samurai) sono crollate.
Di colpo, i grandi sacerdoti del monetarismo, fautori della stabilità monetaria ed esorcisti dell’intervento pubblico in economia, hanno cambiato dottrina.

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